Il feminicidio

Uno dei nostri progetti per il 2014 è quello di concludere l’anno scolastico in modo positivo.
Un’ altro progetto più a lunga scadenza è quello che non si verifichi mai più è quello raccontato nel brano che segue.
Quando quella mattina aveva gli occhi, si era resa conto di essere in ritardo, come sempre. Si era subito sentita stanca, aveva pensato alla sua vita, a quanto avrebbe voluto sentirsi finalmente serena.
Aveva tirato fuori un piede dalla coperta, poi l’altro, aveva affrontato il freddo, si era vestita in fretta : quella notte i bambini non avevano dormito con lei, ma a casa di sua madre, a causa di lui e del labirinto che aveva costruito a loro ed alla loro felicità.
Aveva preparato il caffè, senza di quello proprio non riusciva a carburare, e lo aveva bevuto in fretta, posando la tazzina sporca nel lavandino, senza lavarla, perché non c’era tempo.
Aveva girato la casa, raccattando giocattoli e calzini sporchi, aveva gettato tutto nel cestino della biancheria da lavare (doveva correre, un’altra sgridata oggi proprio no!) e aveva infilato il cappotto.
Al ritorno quella sera, pensava, avrebbe sistemato tutto, avrebbe preparato a Luca la torta per il suo quinto compleanno.
Fuori era freddo, era grigio, il cielo era impenetrabile, opprimente, sembrava dovesse schiacciare il mondo, inglobare la terra, prosciugare il mare come fosse una spugna; Sembrava volesse inghiottirla, cancellare tutti i mali e lei quasi lo sperò, sperò di essere inghiottita dalle nubi, di essere liberata poi nel cielo, di essere portata vicino al sole per infrangersi in mille schizzi di luce.
Non c’era tempo per pensare, no c’era mai tempo, non c’era mai tempo per piangere, per lamentarsi, per strattonare il destino: doveva badare ai suoi figli, doveva portare qualcosa da mangiare a casa la sera, tenere in ordine, portarli a danza, a calcio, a musica, comprare loro abiti nuovi e rammendare i suoi ma sopratutto costruire per loro una storia più solida, per spiegare la presenza del loro padre a casa la sera, seduto sul divano, che non li guardava, non li baciava, non si curava di loro.
Quell’uomo per loro quasi sconosciuto, che lei aveva cacciato di casa tante volte.
Troppe telefonate alla polizia avevano scandito il tempo della sua presenza, troppo sangue sul materasso della camera da letto e sui fornelli in cucina, troppi singhiozzi e capelli strappati, troppa paura per loro, per il loro cuoricino di uccello, troppo per la loro mente un tempo bianca, ormai marchiata, indelebilmente.
Camminava in fretta, al freddo, e fuori era ancora scuro.
Non voleva incontrarlo, non prima di andare a lavoro. Sapeva che, se la sera si fosse presentato da loro, a casa sua, non avrebbe potuto fare nulla per evitare la sua presenza, avrebbe solo tentato di non farlo arrabbiare. Ma la mattina fuori, la mattina non ce l’avrebbe fatta. Sentiva che avrebbe potuto soccombere sotto il peso della sua possessività della sua violenza, del suo nero volto, del suo palmo calloso e del suo apparente sorriso sincero.
Al lavoro quella mattina, aveva tenuto lo scialle sull’uniforme, per nascondere i lividi, ma da tutta la sua persona trasudavano graffi, schiaffi, morsi, cattiveria, afflizione, sconforto.
Da qualche mese a questa parte, le sue labbra erano serrate, nessun suono di risate dalla sua bocca, nessuna parola cordiale. Per la vergogna aveva allontanato le sue amiche, le sue sorelle e se stessa.
Quella mattina però, c’era qualcosa nell’aria che la rendeva fiduciosa: pensava al compleanno di Luca, alla sorpresa dipinta sul suo volto al momento di scartare i regali. Aveva molto da preparare: salatini, festoni, zuccherini colorati, giochi. Inoltre erano trascorsi due giorni dall’ultimo litigio, due giorni dalla denuncia, due giorni dall’ultima minaccia e in queste 48 ore di lui neppure una traccia.
Mentre sgobbava quel giorno, iniziò a respirare fiducia, a rilassarsi, ad assaporare il gusto della crema per i bignè che avrebbe preparato quella sera, a pregustare i cartoni del tramonto, il calore di casa sua senza di lui, ma con i bimbi e le loro risate, a pensare al colore pieno di futuro del tutù di Claudia e del suo sorriso sporco di cioccolata.
Al suono della campana, corse nello spogliatoio: si cambiò senza perdere un attimo, gettò tutto nell’armadietto: doveva sbrigarsi; avrebbe riordinato l’indomani.
Teneva gli occhi bassi per allacciare la lampo, si diresse alla porta, raggiunse l’aria pungente ma deliziosa delle sere d’inverno, e iniziò a stilare una lista della spesa nella mente sempre in azione.
Mentre pensava guardando le luci colorate della vetrina in lontananza, percorrendo quella stradina che faceva sempre, quella buia ma più corta, un suono sordo insieme ad un acuto dolore alla nuca la fecero vacillare.
Sentì un liquido caldo sul corpo e vide delle gocce scure cadere sull’asfalto. Un secondo colpo la fece crollare al suolo.
Annaspò cercando di rialzarsi, ma fu afferrata dalle spalle e riversa. Ora era lì, supina, osservava il cielo, la luna appena spuntata. Non riusciva più a muoversi, aveva sangue nel naso e nella bocca. Con le mani sfregò l’asfalto, cercò di alzare un braccio e vide le sue sopracciglia agrottate, sentì il suo respiro affannoso. Quando lui avvolse saldamente le mani attorno all’impugnatura del badile, capì che per lei la luce si sarebbe spenta quella sera, in quella stradina stretta, tra il sangue che la soffocava.
Pensò ai suoi bambini, alla festa, al tutù, alle scarpette, ai capricci, all’amore, ai baci, agli scherzi della sera prima di andare a dormire, alla paura del buio.
Non sentì neppure le grida di lui, mentre le percuoteva l’addome, pensò solo alla tazzina sporca nel lavandino, ai giochi dei suoi figli sul pavimento, alla cesta delle robe sporche.
Pensò che non avrebbe mai più potuto preparare la merenda per la ricreazione, mai più lavare i piatti dopo cena al suono delle sue risate, mai più correre con i piccoli nel prato a primavera, mai più promettere un cucciolo per natale. Mai più…