Avrete sicuramente visto che la scorsa settimana si è tenuta a Roma la cerimonia di premiazione dei progetti dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori 2015/2016 e, tra questi, anche della scorsa edizione de ilquotidianoinclasse.it.

 

La vincitrice si chiama Miriam Stellino ed è proprio attraverso le sue parole, e le sue fotografie, che vogliamo raccontarvi il suo viaggio negli States, meritatissimo premio per la vittoria dell’edizione di 2015/2016 del progetto.  Ecco il breve resoconto che ha scritto per tutti voi, per documentare l’esperienza davvero unica che ha potuto fare grazie a ilquotidianoinclasse.it e, soprattutto, grazie all’impegno, la costanza e la grande qualità dei suoi post. Ancora complimenti Miriam da tutti noi de ilquotidianoinclasse.it!

 

Ecco il suo “diario di viaggio” mentre sull’album Facebook potrete vedere tutte, ma proprie tutte, le fotografie scattate da Miriam negli States!

 

 

 

San Francisco: una metropoli in cammino verso il futuro

Dicono che ogni viaggio ti cambi, e forse è vero. Perché viaggiare è l’unico modo per comprendere meglio il mondo che ci circonda, l’unico modo per combattere bigottismi e pregiudizi, l’unico modo per rendere non più straniero ciò che lo è sempre stato.

 

San Francisco, la bella californiana che superba si erge sulle colline, è una città dai mille colori e dalle mille contraddizioni, una matassa intessuta di paradossi inestricabili e forse è proprio per questo che è così difficile lasciarla.

 

 

È la metropoli con il maggior numero di senza tetto negli Stati Uniti, la deriva del capitalismo ed il trionfo incondizionato del consumismo, ma è anche la città delle innumerevoli giovanissime start up che costellano la celeberrima Silicon Valley, la culla del sogno informatico. È il tripudio del caos metropolitano, una babele in vetro e cemento, ma anche la calma ineffabile della sua lunga baia azzurra, immersa nel grigio della nebbia.

 

 

San Francisco è l’incarnazione assoluta di quel sogno americano che per noi, in Europa, è sempre stato un irrealizzabile miraggio; l’apoteosi di quell’eccesso, di quello spirito barocco di cui solo un continente come quello americano può essere incarnazione.

 

Che San Francisco è una città pazza, lo diceva Rudyard Kipling. E basta girare in autobus per le strade della metropoli, per comprendere che forse non aveva tutti i torti. San Fran: così la chiamano i suoi abitanti. La bella, caotica San Fran. E la cosa più bella, forse, sono proprio i suoi abitanti, un esilarante e curioso spaccato di umanità.

 

Ma San Francisco è anche -e soprattutto- la culla delle numerosissime aziende che costellano la ricchissima Silicon Valley, prezioso diamante del mondo dell’informatica, che appare lontano anni luce dal resto del mondo. Perché le aziende, in Silicon Valley, sicuramente differiscono radicalmente dalle tradizionali aziende italiane.

 

La prima tappa della visita è il quartier generale di Google, il colosso dei motori di ricerca, che dà il benvenuto ai propri curiosi visitatori con la simpatica mascotte verde di Android posta proprio di fronte la celebre entrata dell’edificio, integralmente in vetro.

 

 

E c’è spazio persino per un curioso giardino che ospiti tutte le mascotte Android della storia, corrispondenti alle versioni progressive del sistema operativo, ciascuna aderente ad una precisa convenzione alfabetica per i nomi, che in questo caso sono quelli di dolci, da Kit Kat a Marshmallow. Gli uffici di Google si districano come in un immenso labirinto, innumerevoli come innumerevoli sono le funzioni del motore di ricerca, che si occupa anche di video, traduzioni, mappe, foto, notizie, email, newsgroup… e che talvolta, proprio per questo, sembra perdere di vista il proprio scopo.

Ma al di là degli aspetti pittoreschi il quartier generale di Google, malgrado le aspettative futuristiche di immensi spazi costellati di hardware, è strutturato come un immenso campus incastonato nelle pianure di Mountain View. Campi da pallavolo, sale da gioco, palestre, ristoranti di ogni tipo e cultura… il colosso di Larry Page mira senza dubbio a rendere l’impiego dei propri lavoratori piuttosto piacevole. L’intento è chiaro: il lavoro non dovrà essere un tedioso dovere, ma una passione che è parte integrante della propria esistenza. Non una fastidiosa parentesi di otto ore nell’arco di una radiosa giornata, ma una propensione naturale. E il luogo di lavoro non dovrà essere un ambiente estraneo, ma una casa per i dipendenti. Una lezione, questa, su cui è necessario riflettere, e su cui oggi ben poco il mondo del lavoro si sofferma. D’altronde, se per i latini il “labor” era essenzialmente fatica, andando ancora più indietro nel tempo, la radice sanscrita labh- ci insegna che il lavoro è “intraprendere” e “orientare la volontà, il desiderio”… Qualcosa, almeno nel senso etimologico del termine, nel corso dei secoli ci è sfuggita. Poco lontano, un immenso scheletro di dinosauro si erge nel bel mezzo del giardino: “serve a ricordarci di non diventare così”, ci spiegano. Strano, ma forse efficace, e sicuramente molto suggestivo.

 

 

Poco lontano si erge il quartier generale di Facebook, colosso indiscusso, quest’ultimo, del mondo dei social network. Con la visita a Facebook sembra immediatamente di mettere piede dentro un mondo di favole sin dal primo istante, all’ingresso, dove si erge una gigantesca mano con il pollice in su: l’universale simbolo del social più amato nel mondo.

 

 

Si procede coerentemente, con un enorme “Facebook Wall” all’entrata dell’edificio, costellato di pensieri, disegni e curiosi hashtag lasciati dai dipendenti sotto la celebre domanda: “What’s on your mind?”.

 

 

In Facebook, almeno a prima vista, nulla sembra possa essere preso sul serio, nemmeno il gigantesco globo interattivo che, all’ingresso, mostra le cifre da capogiro riguardanti il gigante dei social: sono ben 1.12 miliardi gli utenti giornalieri nel mondo, ci spiegano serenamente. Tuttavia, nulla di tutto ciò che sembra un innocuo scherzo è lasciato al caso, nemmeno le decine di coloratissimi murales sulle pareti: è tutto frutto degli attenti studi dell’Ufficio di Arte e Design, responsabile della composizione di un ambiente che possa stimolare la produttività del lavoratore sotto ogni punto di vista. E non mancano, anche questa volta, i numerosissimi ristoranti, le sale da gioco, le palestre, i centri benessere, e qualsiasi altra cosa possa essere necessaria agli impiegati.

 

C’è spazio persino per i distributori automatici di hardware –d’altronde chi, almeno una volta nella vita, non ha avuto improvvisamente bisogno di una tastiera?- e niente paura se il Mac smette di funzionare: un ennesimo ufficio è pronto a fornirne immediatamente uno nuovo in sostituzione del primo.

 

 

L’attenzione di Facebook nei confronti dei propri lavoratori, insomma, sembra piuttosto maniacale, anche più di quanto osservato presso Google, eppure forse proprio per questo ancora più affascinante. E seppure rechi con sé un non so che di orwelliana memoria, vi è una sostanziale differenza: nel celebre complesso informatico americano è fondamentale il pensiero indipendente, che anzi viene incoraggiato, come anche la creatività e l’originalità. Non esistono uffici, inoltre, in Facebook, ma solo stanze dalle pareti completamente trasparenti, affinché chiunque possa vedere cosa accade nell’ufficio altrui, persino in quello del suo fondatore.

 

La missione di Facebook è semplice, e viene ripetuta maniacalmente dai suoi impiegati, che credono fermamente nelle loro parole, come si crede solo nei più bei sogni: “our mission is to connect the world”. La missione è connettere il mondo, e sicuramente ci stanno riuscendo benissimo. Ed è proprio per connettere il mondo, ci spiegano, che Facebook dispone di Aquila, il drone a energia solare dall’apertura alare di un Boeing 737 pensato per portare l’accesso a internet nelle zone più remote del pianeta. Il concetto è semplice: dove c’è Rete c’è Facebook, e dove c’è Facebook si può connettere il mondo. Al di là del marketing e delle innegabili infinite ricchezze prodotte dal social di Mark Zuckerberg, tutto sembra ancora rispecchiare il sogno di uno studente del college, ed è probabilmente questo che consente a Facebook di non invecchiare e di rimanere, nonostante tutto, innovativo.

 

Il messaggio di Facebook è chiaro: solo se amerai il tuo lavoro sarai produttivo, e solo se sarai produttivo i sogni si trasformeranno in progetti. È un chiaro invito ad essere non solo spettatori ma anche –e soprattutto- attori, a seguire il proprio talento e a mettersi in gioco. Un invito a fare della propria passione il proprio lavoro, sempre, perché questo sarà la nostra vita, e nessuno può cambiare il mondo se non lavora a ciò che lo entusiasma davvero.

 

Inutile girarci intorno: San Francisco non si ‘visita‘. Perché San Francisco non è Firenze, Parigi, Milano: nessun magistrale Battistero, nessun Duomo monumentale, nessun immenso Louvre colmo di incredibili ricchezze artistiche. San Francisco si vive. Se ne osserva l’alba stupefacente, quell’alba unica che in pochi attimi assume mille sfumature di intenso rosa, ocra, arancio e sorge con dolcezza dalle acque azzurre della baia. Quell’alba che avvolge gli altissimi grattacieli che innumerevoli solcano lo skyline della metropoli, e che delicatamente, come una madre con il proprio figlio, li accarezza, risvegliando la città assopita.

 

Se ne respira l’acre odore di caffè che impregna l’aria sin dalle prime luci dell’alba, e che va respirato a pieni polmoni. Nebbia e caffè: il binomio inscindibile dell’alba californiana. E Starbucks. Perché per gli americani, Starbucks, sembra una vera religione. Se ne vive la cordialità degli abitanti, quella cordialità per la quale resterai spiazzato in un primo momento, con gli “Have a nice day!” pronunciati sempre con un gran sorriso. Perché a San Francisco, tutti sembrano avere un “have a nice day!” da regalare, anche alle 7 del mattino, con la nebbia ed il freddo. E se ne ammira il tramonto silenzioso, quel tramonto che ha gli stessi colori dell’alba, o forse solo un po’ più malinconici, e che ritornano ad inabissarsi nelle acque del Pacifico tacitamente.

 

 

Un viaggio del genere è un’esperienza incantevole ed entusiasmante, un’esperienza che aiuta a crescere, a scoprire realtà completamente differenti dalla propria e ad aprire i propri orizzonti. Come diceva qualcuno: “L’unico difetto di San Francisco è che non vorresti partire mai.

 

4 Commenti
anna3a
Viaggiare rende liberi. Non c'è niente di più bello che scoprire, scoprire e ancora scoprire realtà differenti dalla nostra. Imparare cose nuove. Vivere e rimanere affascinati davanti la meraviglia del mondo. Rendere se stessi partecipi dei molteplici colori della Terra. Imparare le infinite sfumature della gente che popola il mondo. Viaggiare è bello perché ci rende liberi.
ale3a
"L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso."
ale3a
Se si vive nello stesso luogo a lungo si diventa ciechi; il viaggio evita la cecità e ci fa vedere cose nuove, cose che solo viaggiando potremmo conoscere.
ale3a
Il viaggio apre la mente. Sicuramente l'esperienza californiana di Miriam è stata unica e formativa, come possiamo leggere dal suo diario e vedere nelle foto.