I giovani passano gran parte del loro tempo a scuola e dunque molte relazioni si stabiliscono proprio in questa sede, sia belle che brutte. Lo scandalo dello spaccio di hascisc tra i corridoi di un liceo, ripreso dalle telecamere e bloccato con l’intervento della polizia, dunque, non coglie di sorpresa più di tanto, anche se il clamore giornalistico fa sì che ora se ne discuta molto. Nella maggior parte delle scuole superiori se ne parlava già prima, anche senza tutta questa mobilitazione: il tema droga è da prendere con le pinze perché non si sa mai la reazione che può suscitare tra gli studenti. In base al metodo di esposizione e di interazione con i ragazzi, può essere efficace o meno e in certi casi può anche ottenere un effetto negativo. Parlare delle droghe improvvisando, visto che adesso è accaduto questo episodio, non serve a molto e agli alunni cui realmente servirebbe sentirne parlare entrerebbe da un orecchio ed uscirebbe dall’altro. I giovani sanno che la droga fa male, come l’alcol fa male, ma molti continuano comunque a farne: per colpirli, bisognerebbe arrivare al punto più vicino per incutere paura, illustrando i veri rischi che si corrono. Inoltre, non dovrebbero essere i professori degli studenti a trattarne, ma esperti esterni, ben informati sul tema, competenti e soprattutto capaci di ascoltare i ragazzi e le domande che vogliono porre, senza giudicare. Per gli adolescenti risulterebbe più facile perché potrebbero aprirsi senza avere il pensiero di ciò che dicono, perché non rivolgendosi ai propri docenti, nulla potrebbe ritorcerglisi contro nel corso dell’anno scolastico. Questo sarebbe il modo corretto per far conoscere al meglio questo mondo oscuro ai giovani, non certo spiarli e opporre resistenza. I giovani molto spesso fanno tutto l’opposto di ciò che gli si dice e si divertono ad infrangere le regole. Metterli in una sorta di gabbia non migliora la situazione, anzi, spinge alla sfida.

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