Negli ultimi anni è divenuta sempre più capillare la diffusione di un fenomeno, il “revenge porn” che ha colpito soprattutto ragazzi, a causa dell’incontrollato avvento dei social e dell’uso irresponsabile dell’internet. Denomina la pubblicazione, o la minacci di pubblicazione in casi di estorsione, di immagini e video a sfondo sessuale senza il consenso della persona ritratta, la cui privacy viene violata, una pratica ai danni di innumerevoli vittime, perlopiù donne. Secondo la cronaca gli esecutori sono persone legate alla vittima da un rapporto sentimentale, ex coniugi, fidanzati, compagni, che fanno ciò per vendicarsi o punire. Si parla di selfie scattati volontariamente o anche di foto o video realizzati inconsapevolmente, che sono stati diffusi deridendo pubblicamente la vittima: un processo aberrante che vede la lesione della propria dignità, della propria privacy, e un risvolto negativo nei rapporti sociali quotidiani.

“Per me è sempre stato un mistero perché gli uomini si sentano onorati quando impongono umiliazioni a propri simili.” Un’umiliazione che è stata conseguenza di un fenomeno che ha visto una crescita esponenziale e causa di eventi drammatici, dove questa vendetta pornografica si è risolta con la morte della persona colpita: noto in particolare il caso della trentunenne Tiziana Cantone, i cui video che la riprendevano in espliciti atteggiamenti sessuali hanno fatto il giro dei diversi social e del web, che ha condotto la giovane donna al suicidio.

Fenomeni che hanno portato la Camera dei Deputati a approvare un emendamento, con 461 voti a favore e nessuno contrario, che condannasse gli esecutori e tutelasse la vita e la privacy delle vittime, al fine di limitare ulteriori episodi di “violenza” dalla conclusione quasi sempre tragica:” chiunque invii, pubblichi o diffonda immagini o video a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso delle persone rappresentate, è punibile con la reclusione da 1 a 6 anni e multe che vanno da 5mila a 15mila euro”. Secondo Jean J. Rousseau “l’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene, perché in realtà siamo noi stessi a incatenare le vite degli altri, impedendogli di vivere il proprio cammino, ma facendo sì che quelle catene lo facciano affondare lentamente per emergere noi”

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