Il nostro mondo moderno è composto di due realtà coesistenti: una è quella fisica e reale e l’altra è quella digitale. Non solo, ma ogni giorno che passa la seconda diventa più grande e più importante rispetto alla prima. Si pensi che negli ultimi decenni il luogo in cui i ragazzi si incontrano e parlano ha smesso di essere il mondo reale ed è diventato quello digitale, i posti in cui vengono ricercate le informazioni sono ormai tutti informatici, e nessuno ricerca più in biblioteca (se non per ricerche estremamente specifiche).  Questo porta a grandissimi problemi, come quelli dei dati rubati o delle fake news dilaganti, ma Internet, con i suoi pro e i suoi contra è il sovrano assoluto delle nostre vite, e questo perché noi stessi facciamo in modo che sia così: basti pensare a quanto il Governo spinge affinché la scuola e le aziende si digitalizzino.

Ora, in un mondo in cui la rete è così centrale, ci si aspetterebbe che moltissime persone sappiano utilizzarla, e non s’intende un uso in qualità di utenti passivi e fruitori di un servizio creato da altri, ma come creatori a loro volta del servizio. Nel nostro Paese, invece, meno dell’uno percento degli studenti si laurea in materie informatiche. Questo assume una gravità che può non apparire chiara, ma si può capire ragionando: in Italia il luogo principale di ricerca, studio, vita sociale e diffusione di informazioni è creato quasi unicamente da non italiani. Ciò non solo è demoralizzante per il nostro Paese, ma significa anche che l’Italia non ha voce in capitolo in ciò che viene creato su Internet e per la rete, e che non può nemmeno decidere di opporsi alle decisioni prese da altri in merito a certi temi. Gli informatici e i programmatori sono troppo pochi per creare una nuova “Google” italiana: dato che non possiamo semplicemente spegnere la rete, cosa possiamo fare se non accettare quella statunitense con i suoi pro e i suoi contra? Forse è ora di iniziare a spendere non solo perché l’Italia si digitalizzi, ma perché si inizi a diffondere la conoscenza su quest’altro mondo, per prendere in mano le redini del suo governo. Rischieremo altrimenti di lasciare in mano ad altri le chiavi della onnipresente città virtuale, a cui ormai apparteniamo a tal punto che meriterebbe di essere la terza da aggiungere al testo di Sant’Agostino d’Ippona: de Civitate Dei, Terrena et Interconiuncta.

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