ANNO TERRESTRE 2113, ORE 5.00: l’equipaggio dello Shuttle internazionale Discoverer, una vera famiglia ormai dopo anni e anni tra stelle ed asteroidi, stava percorrendo l’ultimo tratto di viaggio dal pianeta Terra verso il corpo celeste X, il potenziale mondo gemello, oggi, 2171, noto con il nome di Zargon. Se ne intravedeva già l’atmosfera, una caratteristica che ci si aspettava, visti gli svariati studi pubblicati sulla struttura di X prima dell’inizio dell’impresa. Inattesa, invece, una volta scesi dalla navicella, la distesa di roccia che accolse il gruppo di esploratori: ricca di fiumicelli, con zone calde e zone freddissime delimitate da brulli altopiani, non sembrava presentare animali, piante, vita. Altro che palazzi, costruzioni fantascientifiche, esseri simili agli umani! In quel momento videro disintegrarsi ogni loro aspettativa ed illusione; l’unica scoperta a rincuorarli era la gravità stabile, affine a quella terrestre. Appariva tutto come un luogo disabitato, una depressione e non di certo un premio, dopo miriadi di ricerche e un viaggio di ben quaranta anni luce. La spedizione si fece coraggio e decise di proseguire nella piana: l’intera umanità si aspettava una risposta e la NASA non aveva ancora molto tempo prima di dover dare il proprio resoconto ai facoltosi magnati che avevano investito sul progetto. Mille responsabilità ed un obiettivo, trovare la vita. Dopo alcune ore di cammino, gli astronauti avvistarono un campo, una sorta di prato azzurrino; il deserto roccioso era già finito, eppure, forse a causa di qualche strana inclinazione dell’orizzonte, a prima vista si sarebbe detto sconfinato. Raggiunta la distesa erbosa, l’equipaggio ebbe una sorta di visione, rivelatasi poi realtà: un animale riconducibile ad una giraffa brucava le piante color ciano ad un centinaio di metri da loro. Ed ecco che tutti si sentirono in paradiso, nel locus amoenus della loro avventura. Lo strano essere aveva cinque zampe, due per lato ed una centrale, un collo lunghissimo che lo rendeva alto quasi cinque metri e delle insolite macchie violacee sopra un manto folto e peloso di color rosso. Non sembrava emettere versi, era un animale silenzioso. Scattata qualche foto e radiografia, gli astronauti proseguirono nel”escursione. Man mano che avanzavano si presentavano a loro cespugli di ogni genere, uccelli dalle forme più insolite, alberi con frutti dall’aspetto esotico e dalle sembianze più fantasiose, laghi dall’acqua verdognola in cui nuotavano pesci enormi, con otto pinne ed altrettanti occhi. Gli avventurieri stavano osservando l’ennesima novità di Zargon, quando si mostrò ai loro occhi una curiosa costruzione, una sorta di gazebo, con piccole antenne e finestre luminose. Incuriositi, vi entrarono: ad attenderli un ampio spazio centrale con tavoli minuscoli e sedie ugualmente piccole. Un luogo di ristoro, qualcosa come un’osteria: un piccolo alieno sbucò al di là di un bancone, stupito quanto l’equipaggio del Discoverer, emettendo strani versi gutturali. Aveva una testa con tre occhi neri opachi, un esile corpicino roseo e sei arti in totale, tre gambe, due braccia ed una sorta di coda: un essere curioso, ospitale, empatico, di cui presto fu decifrato il linguaggio, quello in cui è scritta la storia che oggi, 2171, studiamo nei libri.

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