Ecco l’articolo di Eva Perasso di corriere.it su una questione che ha scatenato una grande discussione, la scorsa settimana,  sui social network.

E voi cosa ne pensate? Raccontateci le vostre opinioni!

(da corriere.it) Vuoi giocare a football nel nostro college? E allora devi accettare l’amicizia del tuo allenatore su Facebook. Risuona più o meno così il consiglio-minaccia che la University of Carolina ha consegnato ai suoi studenti-atleti appena iscritti. Per poter far parte della rosa sportiva, il manuale del perfetto studente informa che vige questa regola: «Ogni squadra deve scegliere un allenatore o dirigente che diventa il responsabile del monitoraggio dei contenuti prodotti dagli atleti su siti e social network. E tale diritto sui post degli atleti può essere ampliato anche ad altri membri dell’amministrazione. Si legga: fine della privacy sui social network e online per gli studenti. Non va meglio altrove, sia a scuola, sia nelle pubbliche amministrazioni, dove ormai da mesi, come denuncia un dettagliato articolo di Msnbc, si susseguono tentativi di accesso da parte di datori di lavoro potenziali o conclamati e amministrazioni scolastiche ai profili Facebook di dipendenti e studenti. Spesso perentori, gli inviti a mostrare le proprie pagine e consegnare le password sono ora oggetto di cause e denunce da parte della Aclu, American civil liberties union, ovvero l’associazione americana per le libertà civili, che tuona contro il mancato rispetto da parte di questi enti del Primo Emendamento della Costituzione americana.

A SCUOLA – Gli atleti della Carolina non sono soli: in giro per gli Stati Uniti si segnalano altri casi di controllo dei contenuti riversati online dagli studenti. E se un po’ ovunque è comune la regola non scritta di accettare l’amicizia del proprio allenatore, molte scuole iniziano anche a ricorrere all’uso di società e software specializzati nel monitoraggio dei social media e nella reputazione online, per verificare il comportamento degli iscritti, anche attraverso quel che postano in Rete. Sempre in tema scolastico, in Minnesota è appena partita una causa, ad opera della Aclu locale, contro una scuola che avrebbe ripetutamente punito una studentessa 12enne per commenti negativi sull’istituto che frequenta. La ragazza infatti avrebbe commentato in malo modo (dal Pc di casa) una decisione scolastica sulla sua bacheca Facebook, e per questo il preside la avrebbe redarguita e punita. Sempre la stessa studentessa, in passato, fu obbligata a consegnare in presidenza le sue password di Facebook, dopo la segnalazione della madre di un compagno, che accusava i due studenti di scambiarsi messaggi sessuali via social network.

AL LAVORO – Non va meglio, quanto a privacy negata, per chi cerca lavoro nella pubblica amministrazione. Lo scorso anno il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Maryland, davanti a oltre 2600 candidati da valutare per coprire alcuni posti da sorvegliante, chiese a tutti email e password per accedere alle loro bacheche Facebook. E per controllarvi temperamento e idee dei potenziali dipendenti: sette tra questi infatti non passarono la selezione proprio per via di messaggi di violenza trovati sul social network. Dopo le lamentele dell’Aclu, questa pratica fu sospesa. Ma ancora oggi, nel corso dei colloqui, questa amministrazione chiede ai candidati di aprire il proprio profilo sul social network e sfogliare davanti agli esaminatori album fotografici, post, link, amici. Mentre qualche mese fa la polizia del North Carolina, nel corso di una selezione per impiegati amministrativi, fece compilare un modulo con i dati chiedendo chiaramente password di accesso a tutti i profili social delle persone candidate, accanto a domande più consuete come il possedere o meno una patente di guida.

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