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Perché piangiamo guardando i film? Ci avete mai pensato? Innanzi tutto, partiamo dal presupposto che il cinema, come il teatro, è catartico.

 

La catarsi, dal dizionario Treccani, viene così descritta:

 

catarsi s. f. [dal gr. κάϑαρσις «purificazione», der. di καϑαίρω «purificare»]. –

 

1. Nella religione greca, nella filosofia pitagorica e in quella platonica, indicava sia il rito magico della purificazione, inteso a mondare il corpo contaminato, sia la liberazione dell’anima dall’irrazionale. In partic., secondo Aristotele, la purificazione dalle passioni, indotta negli spettatori dalla tragedia.

 

2. Nella storia dell’estetica, l’azione liberatrice della poesia che purifica dalle passioni; nell’estetica di B. Croce, il momento supremo dell’intuizione poetica. Con valore più ampio, nel linguaggio letter., il termine è anche usato col senso generico di purificazione, liberazione dalle passioni.

 

3. In psicanalisi, processo di totale o parziale liberazione da gravi e persistenti conflitti o da uno stato di ansia, ottenuto attraverso la completa rievocazione degli eventi responsabili, che vengono rivissuti, a livello cosciente, sia sul piano razionale sia su quello emotivo.

 

In sostanza, il cinema è un medium capace di portare alla luce i nostri sentimenti più reconditi e irrisolti e farlo, ci aiuta a liberarcene, magari proprio “facendoci un piantino”. Ma come viene indotta questa partecipazione? Beh… ci sono dei “trucchetti”! Ecco quelli più utilizzati:

 

a. Scegliere un certo tipo di musica può aiutare a creare un determinato stato d’animo nello spettatore. Pensate alla colonna sonora di Love Story, lacrimoso film dai protagonisti giovani, belli, innamorati e… malati (un po’ come nella macchina da guerra da botteghino di questa stagione: “Colpa delle Stelle”):

 

 

b. Il montaggio veloce e riassuntivo che mostra il passare del tempo in una manciata di secondi è un trucco che funziona sempre. Ricordate il flashback nel film animato UP?

 

c. Non possono nemmeno mancare i primi piani sui volti emotivi dei protagonisti che aiutano lo spettatore a immedesimarsi nei suoi beniamini, ovviamente conditi da piani sequenza sul paesaggio (possibilmente innevato o piovoso).

 

Tutti questi trucchi, e molti altri, sono efficaci a patto di saperli nascondere tra le pieghe del racconto con discrezione in maniera che, solo al momento giusto, ci assalgano in modo travolgente. E forse ci fanno piangere così spesso, proprio perché ne abbiamo bisgono.

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