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Ciao ragazzi, ieri si è concluso il primo mese di progetto. Grazie a tutti per la partecipazione, perché siete numerosissimi. Continuate così! Ora la nostra giuria di esperti si riunirà per valutare tutti i vostri post e nelle prossime settimane vi comunicheremo i vincitori del primo mese e tutti quelli dei contest settimanali delle prime 4 settimane  di concorso… Quindi, state sintonizzati!

Ed ora, come ogni lunedì, ecco a voi i nuovi temi dei nostri blogger.

 

Per Corriere della Sera, Orsola Riva vi parla delle stragi di Parigi dello scorso 13 novembre, cercando di darvi qualche spunto di riflessione interessante. E lo fa citando un messaggio molto particolare, comparso sul sito del New York Times, inizialmente ritenuto opera di uno dei commentatori del quotidiano americano, poi rivelatosi in realtà scritto da un semplice lettore di Santa Barbara, in California.

 

Questo messaggio ha commosso il mondo intero, per primi i Francesi, perché parla proprio della loro identità. Secondo il suo autore, Parigi sarebbe stata colpita dai terroristi perché rappresenta proprio tutto ciò che il fanatismo religioso detesta, ovvero i diversi modi di godersi la vita: dal caffè profumato, servito a colazione con i croissant, alle belle ragazze che girano serene per la città, senza paura di sorridere agli altri o di indossare una gonna corta; dalla bottiglia di vino, condivisa in un Café con gli amici, ai bambini che giocano ai Jardin du Luxembourg. Ma il godersi la vita dei Francesi, sempre secondo il lettore del NYT, significa anche qualcosa di più serio: il diritto di non credere nell’esistenza di un dio, di leggere ciò che più piace; la libertà di flirtare, di fumare, etc.

 

È un commento davvero riuscito, che la Riva vi invita a prendere come spunto per rispondere alla sua domanda di questa settimana: che cosa è per voi Parigi e, più in generale, la Francia? Parlatecene liberamente, che ci siate stati oppure no, sia che si tratti di una motivazione “elevata” che di qualcosa di più semplice e emozionale.

 

 

 

Per Il Sole 24 Ore, il tema della settimana proposto da Luca Tremolada riguarda l’ISIS e gli attacchi parigini, ma visti sotto un’ottica più numerica e “statistica”, per così dire. Chi finanzia l’ISIS secondo voi? E dove sono i morti vittime degli attacchi terroristici? La sorpresa è che non sono tutti in Europa e che, quindi, chi paga il prezzo del terrorismo non è solo Parigi o l’Occidente. E inoltre: come, secondo voi, si sviluppano le religioni e cosa succede, in quest’ottica, a livello demografico?

 

Tremolada vi invita, come sempre, a guardare questo terribile fenomeno da un punto diverso. Forse, partendo dai dati quantitativi, si può riuscire a capire dove andranno i terroristi e come combatterli.

 

 

 

Gianluigi Schiavon, per Quotidiano Nazionale, vi parla di telefonini a scuola, partendo proprio da un recente articolo di giornale, dal titolo “Prof filmati e derisi su Wathsapp. Bufera alle medie, sospesi 22 alunni”. È successo in una scuola di Torino, e se da un lato c’è chi dice che la sospensione è stata una punizione un po’ esagerata, dall’altra c’è chi si scaglia contro i genitori di questi ragazzi per averli difesi “scomodando” la violazione della privacy.

 

In ogni caso, una ricerca italiana ci dice che a 12 anni i ragazzi utilizzano per la prima volta il cellulare e che lo tengono acceso per ben 12 ore al giorno. Inoltre, nel 20% dei casi, i giovani hanno ben due cellulari, mentre nell’80% l’uso del telefonino avviene tra i 5 e 10 anni.

 

A Londra, uno studio della London School of Economics dimostra che chi utilizza lo smartphone in classe perde in media una settimana di lezioni all’anno e che, d’altro canto, serve a studiare nel 33% dei casi.

 

Infine, una ricerca della Fondazione Snappet ci dice che in Svezia smartphone e tablet sono fondamentali per seguire le lezioni a scuola e che danno risultati sorprendenti. È vero anche che, in questo paese, le scuole possono regolamentare l’utilizzo di questi dispositivi in aula in piena autonomia.

 

E voi ragazzi, cosa ne pensate? È giusto regolamentare, o addirittura proibire, l’uso dello smartphone in classe?

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