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Nicola Saldutti, blogger per il Corriere della Sera, questa settimana vi parla di un argomento che probabilmente tra qualche tempo potrebbe interessare direttamente anche voi: la cosiddetta “fuga dei cervelli” sia per studiare che per lavorare. Secondo uno studio dello SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, negli ultimi anni sono andati via dal Sud 2 milioni di giovani, un numero molto alto che sta ad indicare che in questa parte del Paese le occasioni o di lavoro o di crescita professionale sono ridotte rispetto ad altre aree del Paese. La domanda che vi pone il giornalista è un po’ provocatoria rispetto all’argomento che solitamente è visto sempre come un qualcosa di negativo: credete davvero che la fuga dei cervelli sia così negativa? Oppure è giusto avere la possibilità di girare per il mondo alla ricerca delle migliori opportunità per ciascuno di noi? È davvero una sconfitta oppure, spinti da questa ricerca, in alcuni casi questa fuga non può essere considerata una sconfitta?

Luca Tremolada, blogger per Il Sole 24 Ore, questa settimana vi parla invece di anonimato in rete. In Italia se ne discute a fasi alterne già da qualche tempo. Di recente però l’argomento è tornato in auge a seguito della proposta di un parlamentare di “presentare” il proprio documento d’identità se so vuole accedere ad un canale social, senza quindi la possibilità di adottare un nickname o uno pseudonimo, cosa che invece adesso chiunque può fare (l’importante è che sia abbinato ad un indirizzo mail o ad un numero di telefono. Perché questa proposta? Per provare a contrastare alcuni fenomeni di diffusione dell’odio. Il giornalista riporta quella che è la sua opinione: in Italia esistono tanti reati e il fatto di avere uno pseudonimo non equivale a non sottrarsi alla giustizia. Quale sarebbe il lato negativo del presentare un documento? Forse potrebbe sembrare una sorta di “schedatura di massa” che limita in parte la libertà della Rete. Cosa ne pensate voi? Pensate sia giusto presentarsi sui social a volte scoperto? Oppure, vista la complessità attuale della società, può avere senso continuare ad utilizzare, in alcuni casi, uno pseudonimo?

Marcella Cocchi, blogger per il quotidiano.net, questa settimana vi parla di muri. 30 anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino. Come molti di voi sanno il Muro divideva la città in due, da una parte la Germania Ovest e dall’altra la Germania Est. Fu fatto costruire nel 1961 dai tedeschi filosovietici per impedire ai propri concittadini di scappare verso l’Ovest. Per 30 anni il Muro è stato il simbolo della Guerra Fredda e anche il simbolo di un modo di vivere completamente diverso. Immaginate lo shock dei cittadini di Berlino quando una si svegliarono e si resero conto di non poter più andare a trovare quei familiari o quegli amici rimasti dall’altra parte del muro. Ma oggi? Quanti “muri” esistono? Con le dovute differenze, dal momento che oggi i muri ci sono per evitare che la gente entri nel paese in cui è presente, la giornalista riporta alcuni dati presenti nell’articolo di Marco Girella: tra il 1949 e il 1991 sono stati costruiti 11 muri, 7 tra il 1991 e il 2001, 22 tra il 2001 e il 2009 e 70 negli ultimi 10 anni, con altri 7 già finanziati e in via di completamento. In sintesi, oggi, nel mondo esistono più di 40mila km di barriere artificiali: voi cosa ne pensate? È giusto ergere ancora dei muri?

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