È ormai a tutti noto che la maggior parte degli adolescenti ha sviluppato una vera e propria dipendenza dal mondo dei social e dei videogiochi, sui quali spendono ore della loro giornata senza nemmeno accorgersene, immersi in una realtà che non appartiene loro veramente. Non solo è noto a tutti ma sono gli stessi ragazzi che lo ammettono in sondaggi e interviste, anche se ormai questo problema sembra essere diventato normalità. 

 

A seguito di recenti studi sono state analizzate le conseguenze, sia negative sia positive, di questo assiduo utilizzo. Infatti è stato richiesto, in un’indagine promossa da Telefono Azzurro unitamente a Doxa Kids, ad un gruppo di 611 ragazzi di età compresa tra i  12 e i 18 anni di esprimere un’opinione sui social: ne sono emersi da un lato gli aspetti legati ai disturbi mentali, ad una falsa visione della realtà e alla diffusione di informazioni non veritiere; dall’altro lato sono emersi anche aspetti legati a un maggiore contatto con gli altri, alla libera espressione della propria identità e alla scoperta di nuove conoscenze. 

 

Poichè siamo consapevoli di tutto ciò dovremo solamente capire come utilizzare al meglio i risultati delle numerose ricerche che troviamo in Internet, ma con un unico problema: i nostri dati personali. Secondo l’articolo 4 del GDPR, “General Data Protection Regulation”, il “titolare del trattamento” non è solamente la persona fisica che ha la facoltà di trattare dati personali, ma anche colui che decide con quali modalità trattare i dati stessi ed è individuato nel vertice dell’azienda che li possiede. Perciò i nostri dati sono nella mani delle aziende alle quali noi stessi li forniamo, ormai senza dare troppo peso a questa concessione. Alcuni sono necessari per il funzionamento di un servizio, come mail o carte di credito per pagamenti online, altri vengono utilizzati per marketing e pubblicità, ma la maggior parte di questi rimangono privati e di proprietà dell’azienda. 

 

Al contrario i nostri preziosi dati potrebbero essere utilizzati, in maniera sicura e nel rispetto della privacy, per aiutarci ad analizzare i nostri comportamenti e migliorarci. Tutte le ricerche e i movimenti verrebbero sfruttati per capire i nostri punti di forza e debolezza, valorizzando i primi e cercando di migliorare, fino ad eliminare se possibile, i secondi. Se i dati non fossero privati in molti casi sarebbe stato possibile prevedere o monitorare comportamenti di soggetti pericolosi, ma anche più semplicemente sarebbe stato possibile venire a conoscenza di disturbi mentali e alimentari in molti adolescenti, siccome spesso ciò che vediamo sul telefono è legato ai nostri interessi e alla nostra persona. Rendendo le informazioni personali “pubbliche” però entriamo in contrasto con quella che è la libertà dei singoli, che verrebbe completamente violata e alla quale non tutti sarebbero disposti a rinunciare. 

 

Sicuramente qualcosa deve cambiare, ma affinché questo accada servono nuove regolamentazioni che possano rendere pubblici i nostri dati in maniera sicura, stabilendo delle leggi che tutelino la diffusione delle informazioni, per difenderle dalla divulgazione per altri scopi che non siano la salute del singolo e della comunità. Ritengo questo cambiamento necessario soprattutto per il controllo degli adolescenti, che possono essere aiutati attraverso un diretto controllo, diminuendo la diffusione di problematiche ad oggi esistenti ma delle quali non è facile rendersi conto nemmeno per i genitori stessi. 

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